24 aprile 2009

LEGITTIMAZIONE AD AGIRE

Standing

"I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa."
(Sofocle)
Hai mai provato a dare una martellata sulla mano di una persona seduta molto vicino a Te?
Per quanto ti sia vicina, non senti alcun dolore.
Chi invece ha quella stessa mano strettamente connessa al proprio sistema nervoso avrà una reazione completamente diversa dalla tua, anche se in quel preciso momento era casualmente distratta.
La Vita è così.
Mi è capitato molte volte di sentire uomini che si lamentavano del fatto che spesso le donne si perdono dietro “i peggiori”, purché esteticamente gradevoli.
Bene, indipendentemente dalla fondatezza o meno di una tale affermazione, non ho mai visto uno di quegli stessi uomini voltarsi al passaggio di una donna bruttina ma molto, molto profonda.
Sai come si chiama tutto questo? Per fare solamente qualche esempio. Tutto questo ha un nome preciso e si chiama: “soggettività”.
La soggettività è insomma ciò che porta spesso a non tollerare negli altri i nostri stessi difetti o che ci fa lamentare per gli stessi torti che spesso infliggiamo agli altri, ma non sono solamente questi i suoi effetti. Un altro suo effetto importante è quello dell’incomprensione.
A volte, pur parlando la stessa lingua, si riesce in maniera quasi perfetta a non comprendersi. I motivi possono certamente essere diversi ma i più comuni sono strettamente connessi al diverso peso che assumono le stesse cose in persone diverse o, più semplicemente, la lettura o l’importanza diversa che sono date alle solite stesse cose semplicemente in funzione del relativo autore.
Non comprendere, o fraintendere, ed il non essere compresi, oppure fraintesi, sono solo le due facce della stessa medaglia, e non conta da quale parte ci troviamo nel caso specifico perché durante la vita capiterà di vivere ed interpretare a turno entrambi i ruoli.
A volte l’incomprensione nasce dalla scarsa dedizione di chi si trova a dover leggere la situazione ma, in altrettanti casi, è l’incompreso stesso che fa di tutto, a volte anche in maniera inconsapevole, per riuscire tale (e non entro adesso nel distinguo tra “dolo” e “colpa”, per non appesantire, e poi del resto di queste sfumature sei certo maestra).
Non c’è niente di male nel vivere in maniera soggettiva, fa parte della natura umana come il sonno, la fame o l’istinto sessuale. Il problema però si pone quando dall’espressione personale, sempre tollerabile, si pretende di passare con noncuranza e con gli stessi parametri all’universo della valutazione, del giudizio ed a quello della condanna. Qui la soggettività dell’azione non è certamente più accettabile.
La Nobiltà delle persone sta tutta nel riconoscimento del limite di applicazione della propria soggettività e nella tolleranza che riescono ad applicare nei loro rapporti con il mondo circostante. Non è facile essere equilibrati in questo, no, non è affatto facile, e la cosa più difficile da accettare sono infatti i propri errori, quelli che, se ammessi, in qualche modo potrebbero anche distruggerci.
Credo anch’io che non ci siano in giro persone forti o persone deboli. Ci sono solamente persone superficiali, persone arroganti, persone più o meno consapevoli, persone più o meno disponibili o persone in grado di comprendere e, in un certo senso, in grado di Amare. E spesso, le stesse persone, riescono a fare in momenti diversi anche azioni tra loro del tutto antitetiche, incompatibili ed incoerenti.
Ecco perché parlare degli “altri”, della “gente” insomma, non ha poi molto senso, così come non ha molto senso il lamento esercitato nei confronti dei cosiddetti comportamenti collettivi.
Sotto questo punto di vista dovremmo probabilmente iniziare ad operare dei distinguo all’interno della massa informe ed indefinita della gente per riuscire a farne emergere tante infinitesime individualità, caratterizzata ciascuna dai propri entusiasmi e dai propri limiti, dalle proprie molte, forse troppe, parole e dagli altrettanto insopportabili momenti di silenzio.
Sarà solamente in quel momento possibile, e corretto, mandare finalmente qualcuno a quel paese per ciò che avrà saputo fare.

Quando ti capiterà ancora di ritrovarti sulla porta con la manina alzata, cercando di salutare chi magari nemmeno se lo merita, prova allora a pensare che in fondo questo tuo gesto è solamente un sano esercizio di quella tolleranza (e perché no? Anche di quell’Affetto) che non può che renderci migliori di quel che di solito riusciamo ad essere.
Nonostante l'egoismo.

18 settembre 2008

CARISSIMA SETTEPAROLE ...

Relativity
 
"Quando qualcuno ci delude forse è perché ci eravamo illusi.
Chissà...
PS. Il tuo blog è molto cambiato e non solo nella veste grafica.
Un saluto sempre uguale.”
 Sette
Carissima Sette,
illudersi non è certo un reato e, probabilmente, non è nemmeno eccessivamente disdicevole il fatto di dedicarsi ancora ogni tanto a questa nobile ed antica arte.
Il problema però, in questo ed in altri casi, credo sia da porsi sotto una ben più ampia prospettiva: da non sottovalutare è ad esempio l’eventuale fondatezza o meno che appunto a tale illusione possa essere più o meno oggettivamente attribuita, ma anche la dimensione stessa della delusione che eventualmente ne dovesse conseguire non deve essere trascurata, dove per dimensione intendo semplicemente l’ampiezza del distacco riscontrabile a posteriori tra le due “sorellastre”, senza dimenticare poi che la delusione stessa non necessariamente è sempre e comunque conseguenza di una preesistente condizione di illusione. In quest’ultimo caso infatti credo sia importante il riconoscere che lo stato di illusione nei confronti delle persone fa necessariamente riferimento ad un qualcosa che ci si aspetta che esse facciano, pensino, esplichino o quant’altro, determinando pertanto in noi stessi una condizione di aspettativa se così si può dire di tipo “attivo”, mentre invece lo stato di delusione, in maniera molto più ampia, può anche derivare dalla semplice constatazione del verificarsi di comportamenti che in qualche modo si discostano, in negativo, dallo standard umano statisticamente più attendibile, o comunque dal manifesto tradimento di valori comunemente riconosciuti alla luce del sole, senza che necessariamente qualcosa in particolare ci si stesse attendendo.
Allargando però di nuovo il discorso alla possibilità di lasciarsi comunque andare all’illusione, con tutto quello che ne può conseguire in termini di delusione, credo fortemente che se proseguendo su questa strada si dovesse finire per convincersi che l’unica soluzione al rischio potenziale che le aspettative che gli altri suscitano in noi risultino poi del tutto infondate, o peggio tradite, è semplicemente il rifiutarle in partenza ecco che la Vita finirebbe per ridursi a ben triste cosa: un po’ come “tagliarselo per fare dispetto alla moglie”, insomma.
Cercando tuttavia di restare un po’ più aderente al tuo stimolo, credo non sia poi così strano, o necessariamente frutto di illusione superficialmente mal riposta, il provare una sensazione di forte delusione per chi ha esercitato nei propri confronti la viscida arte della finzione, e quando parlo di finzione non faccio certo riferimento alla sua sublime versione concettuale teorizzata e messa in pratica dal mio amato Pessoa.
Le parole hanno infatti sempre molti significati, più o meno nobili o astratti, ma in questo caso  il riferimento non può che essere quello più triste e più vigliacco, semplicemente perché è di questo che in realtà mi sono ritrovato oggetto.
Quando cerchi di dare quel poco che hai in maniera magari anche un po’ sprovveduta, ma comunque sempre del tutto disinteressata e trasparente, e ti ritrovi ripagato con le monete della manipolazione, della menzogna e della finzione più spudorata, pettegola e traditrice … beh, credo che di parole non ne servano poi molte altre per rendere a pieno l’idea.
Quando ti ritrovi persone che ingenuamente ritenevi amiche a razzolare impunemente dentro alla tua posta alla ricerca di chissà quali segreti, per scopi che non voglio neppure provare ad immaginare, e che una volta sollevato il velo nero dietro cui si celavano l’unica cosa che sanno fare, dopo aver tentato inutilmente di negare l’evidenza, è quella di balbettare scuse insensate, rimandando a chissà quando la fornitura di spiegazioni che potessero in qualche modo cercare di giustificare un simile operato … beh, credo non ci siano poi molte sfumature a cui attaccarsi per evitare di restarne profondamente delusi.
Non voglio però annoiarti ulteriormente Sette, non lo meriti, e perdonami anzi per questa sorta di sfogo personale non richiesto ma in fondo ci tenevo a trasmetterti almeno una parte delle ragioni che in qualche modo possono aver determinato i cambiamenti che mi hai fatto notare.
Non preoccuparti però, nonostante tutto queste sono comunque cose che con il tempo passano, lasciando nel ricordo solamente la loro parte migliore che poi finisce sempre per essere quella che è stata generata da chi ha saputo infondere alle situazioni semplicemente le proprie migliori intenzioni, indipendentemente da tutti quelli che poi possono essere stati i risultati che effettivamente sono venuti a determinarsi.
E’ per questo che mi sento sinceramente di dirti che anche il mio saluto resta comunque “sempre uguale”, esattamente come quello che hai voluto lasciarmi e che ho ricevuto con grande piacere.
A presto …
G.
(Relativity, litografia di M.C. Escher, 1953)

29 luglio 2008

QUANDO LA RABBIA SI FA VOCAZIONE ... NON SI PUO' CHE FINIRE PER DELUDERE


 
Tra tutte le canzoni che ho lasciato qui prima di partire questa è certo la più triste. 

30 aprile 2008

IL BUCO NELL’OZONO

Buco nell'ozono
 
Un Amico è uno che sa tutto di Te e ti vuole Bene lo stesso.
(Elbert Hubbard) 
 
Si, debbo ammetterlo: si è decisamente aperto un Buco nel mio ozono, un grosso Buco, probabilmente una vera e propria voragine. Sarà poi il tempo a fare giustizia definendone esattamente dimensioni e tracciamento del bordo.
La cosa mi mette in crisi.
Con i Buchi infatti non ho una grossa dimestichezza, se si eccettuano quelli praticati nel muro con il trapano per appendere quadri o altre amenità, e quindi, non intendendomene molto, la mia capacità di affrontarli e gestirli risulta alquanto impacciata ed incerta, e per dirla proprio tutta: assai tristemente amara e dimessa.
Se adesso sembra  quasi che voglia scherzarci sopra è infatti solamente per un palese, quanto maldestro, tentativo di sdrammatizzare il peso che dentro di me grava in maniera opprimente in corrispondenza del Buco medesimo, rischiando proprio di trapassarlo in assenza di un’adeguata reazione, anch’essa interiore, che trovi il modo di sorreggere in maniera più o meno stabile quello stesso peso che resta adesso come unica testimonianza tangibile di un passato che non c’è più.
Attraverso un Buco si può anche arrivare ad osservare in maniera inaspettata la realtà che non vedevamo o che non volevamo proprio vedere, tuttavia il ruolo di chi osserva da dietro il buco non è certo quello di chi la realtà la vive in prima persona. Si può quindi guadagnare in chiarezza di osservazione perdendo però tutto il resto, tutto ciò che dalla partecipazione attiva trae sostanza e linfa vitale.
Da dietro il Buco non si vive più, anche se può sembrare di aver finalmente acquisito una consapevolezza di livello superiore, però ammettiamolo: si è perso molto di più di quello che pensiamo di aver guadagnato.
E tutte queste parole che scorrono? Da dove vengono? O meglio: dove se ne vanno?
Che domande! Se ne vanno nel Buco stesso che le ha generate, dopo aver ucciso tutte le altre, come nel Buco al centro del lavandino, universo nero attraverso il quale vediamo scomparire quella parte di noi che non volevamo più ci facesse compagnia, a volte a torto, in altri casi a ragione.
Mi torna alla mente, per non so quale invisibile collegamento, anche un episodio decisamente anomalo e curioso. In un frammento visto per caso di un vecchio film del colonnello Buttiglione, che al solo nominarlo schiere di filmofili dal palato sopraffino si rivoltano nella tomba, ricordo di aver assistito ad un fenomeno tanto ridicolo quanto significativo: sulla tavola della mensa delle reclute si rovesciava il fiasco di un vinaccio acido, evidentemente non selezionato in base alla sua qualità, che finiva in breve tempo per provocare un Buco nel piano stesso del tavolo e, per conseguente gocciolamento, anche sul pavimento e nel solaio sottostante.
Certe cose non si dimenticano, e chissà poi se il suo effetto ha finito prima o dopo per esaurirsi, evitando così di mettere a rischio anche gli equilibri stessi al centro del nostro inquieto pianeta.
Perdonate a questo punto le sciocche digressioni di un illuso impenitente, l’umore è quello che è e poi, vista l’ora, un altro Buco mi attende: quello nello stomaco che, se trascurato troppo a lungo, può finire per ottenebrare anche le menti più lucide
.

13:10 Scritto da : gi.punto in Mordere | Link permanente | Commenti (6) | Segnala | Tag: buco | OKNOtizie |  Facebook

19 giugno 2007

SE SCRIVESSI UN MILIONE DI PAROLE ALL'INTERNO DI UN QUADRATO DI 500 PIXEL DI LATO, QUESTO E' CIO' CHE OTTERREI ... E ALLORA: PERCHE' PERDERE ANCORA DEL TEMPO?

 
Nero